mercoledì 10 luglio 2019

I rischi del centrismo

A seguito della sconfitta alle elezioni politiche greche, sembra che verrà avviato un percorso di ripensamento all'interno di Syriza, ossia il partito di sinistra che ha governato lo Stato ellenico negli ultimi anni. Appare doveroso chiedersi se la disaffezione dei cittadini abbia natura ideologica oppure se, in nome di un pragmatismo che appare sempre più alla base degli orientamenti elettorali, dipenda dalla mancata concretizzazione di quanto prospettato in precedenza. E' abbastanza agevole ricordare le ragioni che condussero Syriza alla guida della Grecia, quali fossero le prospettive che quel partito aveva delineato per i rapporti con l'Unione Europea e cosa si aspettassero i greci, sotto il profilo politico ed economico. Purtroppo, la Grecia non ha subito quel cambiamento che molti volevano e, nel momento elettorale, i cittadini ne hanno tenuto conto. A parte qualche raro caso, la sinistra europea tende a perdere l'appoggio delle masse, ritrovandosi a svolgere un ruolo politico marginale. Tra i primi commenti successivi all'esito elettorale greco, inoltre, ho udito che si vorrebbe rendere Syriza un partito riformista, con un probabile abbandono dei toni più dichiaratamente critici verso il modello socio-economico che caratterizza l'Europa e, in generale, l'Occidente. Tale eventualità, rappresenterebbe l'ultimo di una serie di ricollocamenti verso il centro che, da alcuni decenni, la sinistra europea sembra voler attuare, forse per ampliare la propria base elettorale e per abbandonare certi riferimenti storici e culturali. Sotto un profilo strettamente ideologico, a mio avviso, si tratta di un errore. La mia opinione, tra l'altro, appare suffragata dai fatti, dato che la sinistra si è notevolmente indebolita, a tutto vantaggio di partiti che hanno tentato, in vari modi, di appropriarsi di temi che le appartenevano. Non è un caso se, nell'ambito della sinistra italiana, il PD è rimasto l'unico partito rappresentato in Parlamento, mentre le forze più radicali sembrano collocate in una posizione elettorale del tutto marginale. Lo stesso PD, pur godendo dei favori di circa un quinto di coloro che esercitano l'elettorato attivo, ha perduto consenso rispetto al passato. Di fronte alle sconfitte, è giusto che si promuovano dei ripensamenti ma, perché siano efficaci, devono comportare un confronto con la base, per capire le ragioni che hanno provocato un progressivo allontanamento da parte degli elettori. La tendenza al centrismo, che ha condotto molti partiti ad abbandonare il socialismo a tutto vantaggio di una sorta di liberaldemocrazia di sinistra, si è dimostrata una scelta sbagliata. Sono stati archiviati simboli, riferimenti, pensieri e, soprattutto, programmi che storicamente hanno caratterizzato la sinistra, cercando di realizzare progetti politici che ambivano a divenire inclusivi, al punto di perdere radici e presupposti ideologici. E' troppo semplicistico pensare che la sinistra è al tramonto, ritenendo che i problemi storici della classi medio-basse siano stati risolti oppure perché sono cambiate le priorità dei singoli. In realtà, la società non ha superato i suoi lati più critici e le classi più disagiate non hanno cessato di subire le conseguenze del modello capitalista. La sinistra, invece, ha smesso di occuparsi dei temi che storicamente la caratterizzavano, proprio nel tentativo di spostarsi verso il centro e di abbracciare un non meglio qualificato riformismo. E' possibile che serva molto tempo affinché, ammesso che sussista una volontà in tal senso, la sinistra riscopra le proprie radici ed il proprio ruolo politico. Di certo, la sinistra deve tornare a sventolare con fierezza la bandiera del socialismo, per dare anche al XXI° secolo quelle risposte agli squilibri socio-economici per i quali ha agito storicamente, a partire dall'affermazione dei partiti di massa e dal coinvolgimento di tutti nella gestione della cosa pubblica. E' certamente opportuno, quindi, un ripensamento dell'attuale struttura della sinistra, rivitalizzando le basi ideologiche, evitando gli errori storici, superando i frazionismi e, soprattutto, proponendo programmi coraggiosi che possano incidere sulle criticità del XXI° secolo. 

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