sabato 4 marzo 2017

Il capitalismo è un'ideologia

Le classi politiche del XXI° secolo si propongono all'elettorato vantandosi di poter formulare proposte di governo prive di connotazione ideologica. Ciò viene presentato come un pregio quando, in realtà, è uno dei peggiori difetti che possa caratterizzare la politica. Spesso, il rifiuto di una precisa identificazione ideologica viene considerato un mezzo per garantire il pluralismo all'interno di un partito, magari prospettando l'astratta elaborazione di un programma politico di ampio respiro. In realtà, tale impostazione appare contraddittoria e scarsamente proficua. Più che all'interno di un singolo partito, infatti, il pluralismo dovrebbe caratterizzare la comunità umana in cui operano simili organizzazioni sociali. E' naturale che le persone abbiano diverse idee ed è per questo che la democrazia si caratterizza per un elevato numero di forze politiche che intendono concorrere alla gestione della cosa pubblica. Ogni singolo partito, quindi, dovrebbe godere di una chiara impostazione ideologica, dalla quale deriverebbe l'elaborazione di un preciso programma politico. La vaghezza di oggi contribuisce a rendere spaesati gli elettori che, nel momento in cui esercitano la sovranità, faticano ad individuare forze politiche in cui potersi chiaramente identificare. Ideologia e programma, infatti, sono elementi strettamente connessi. Sono le idee che configurano i progetti e le modalità attraverso le quali attuarli. La crisi delle ideologie, seppur in forma implicita, è il sintomo del trionfo di un'unica visione del mondo, ossia quella capitalista. A parte alcuni partiti, che non a caso vengono frettolosamente qualificati come estremisti o addirittura anacronistici, nessuna forza politica dotata di ampio consenso offre un patrimonio ideologico o programmatico che possa quantomeno rappresentare una forma di critica verso il sistema capitalista. L'Unione Europea, la cui impostazione operativa appare tutt'altro che distante dal pensiero capitalista, rappresenta un ulteriore esempio del fatto che il XXI° secolo si stia caratterizzando per la presenza di un pensiero unico, ormai ritenuto il migliore possibile. Oggigiorno è difficile poter separare il concetto di europeismo da quello di capitalismo, così come da quello di atlantismo e di occidentalismo. La globalizzazione, che venne salutata come un fenomeno utile per rendere il mondo più armonioso, si è a propria volta dimostrata uno strumento per l'affermazione o il consolidamento di un certo modo di pensare, oltre i confini del cosiddetto Occidente. La pluralità di sigle politiche, quindi, si rivela pressoché inutile se non è accompagnata da un'effettiva diversità di proposte di governo, che apparirebbero strettamente correlate a modi differenti di concepire la società e, in buona sostanza, l'essere umano. I concetti di destra, centro e sinistra, quantomeno nel cosiddetto mondo globalizzato, sono ormai privi di contenuto effettivo. Le differenze, infatti, si riducono a posizioni su questioni che non incidono sostanzialmente sull'andamento della società, tale da comportarne una caratterizzazione diversa da quanto prospettato dal modello liberal-capitalista. Il vero problema del mondo contemporaneo, tuttavia, è rappresentato dalla sottovalutazione dell'effettivo significato del capitalismo. Per molti, non si tratta nemmeno di una vera ideologia, bensì dell'unico modo di gestire i rapporti sociali ed economici all'interno della comunità umana, così come nelle relazioni internazionali. Il primo passo verso un cambiamento, invece, sarebbe rappresentato dal recupero della consapevolezza, sorta nell'Ottocento e rafforzatasi nel Novecento, della possibilità di concepire un'altra visione del mondo, alternativa al capitalismo. La politica deve prendere le distanze da certe categorie economiche e sociali, che non consentono di dubitare del modello liberal-capitalista, ormai accettato anche dalle aree che una volta lo avversavano. Il cosiddetto Occidente deve trovare risposte nuove per i problemi del XXI° secolo, magari attingendo da quel patrimonio culturale che ha saputo esprimere in precedenza. Ciò non significa che si debba tornare ad una concezione della politica del passato, ma recuperarne le idee e rivitalizzarne le sensibilità. Si deve avere il coraggio di riconoscere la profonda iniquità del modello capitalista, evidenziando tutte le storture che ha provocato dopo che gli Stati europei hanno accantonato l'economia mista, in nome della concorrenza e dell'asserita efficienza del libero mercato. Bisogna attribuire un carattere storico, ritenendone superata ed errata l'impostazione, ai dogmi degli anni Novanta del XX° secolo, quando si guardava con sfavore all'intervento dello Stato nell'economia, a tutto vantaggio del capitale privato. Si deve difendere con convinzione il carattere pubblico di certi servizi fondamentali, che qualcuno vorrebbe mettere in discussione per agevolare la proposta privata. Si deve avere, infine, il coraggio di sostenere una concezione del mondo diversa, che riporti l'uomo al centro del funzionamento della macchina pubblica, ricordando il ruolo che lo Stato deve svolgere perché possa a ragione definirsi con l'aggettivo sociale. Si deve radicare la convinzione per cui il capitalismo è un'idea come le altre e che, quindi, può essere più o meno condivisibile. Di conseguenza, la politica deve tornare a poter fornire alternative ideologiche e programmatiche, che sappiano sviluppare una seria critica al pensiero unico attuale, riscoprendo la certezza che si possa impostare diversamente lo sviluppo sociale ed economico.   

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