sabato 14 gennaio 2012

Il decentramento accentrato della Giustizia italiana











L'avvento del Governo Monti, oltre alle perplessità alle quali si è dato spazio nelle pubblicazioni precedenti, pare comporti scelte che incideranno in maniera strutturale sul futuro dell'amministrazione della Giustizia. Pare, infatti, che l'annunciata revisione delle circoscrizioni giudiziarie condurrà all'accorpamento di numerosi uffici del giudice di pace riducendo, pertanto, la presenza fisica delle strutture operative sul territorio. In particolare, la riforma dovrebbe riguardare gli uffici situati nei paesi, le cui funzioni sarebbero devolute alle strutture situate nei capoluoghi di provincia. A prescindere da questa scelta che appare oggettivamente finalizzata ad un mero contenimento della spesa pubblica per il settore senza, tuttavia, provocare un sicuro miglioramento del servizio, non può che destare curiosità l'opzione, prevista dalla normativa di prossima approvazione, in virtù della quale i Comuni potranno decidere di evitare la soppressione degli uffici locali accollandosi la relativa spesa di conduzione e di gestione. Tale prospettiva non può che essere criticata sotto vari aspetti. Si assisterebbe, infatti, ad una nuova contrazione dei servizi spettanti allo Stato e che, pertanto, dovrebbero essere finanziati dai Comuni. Ciò, tuttavia, avverrebbe a fronte della consolidata riduzione dei trasferimenti di risorse statali in favore degli enti locali. Si tenga conto, inoltre, del fatto che negli ultimi due anni il Governo, con l'avallo del Parlamento, ha aumentato sensibilmente i costi della Giustizia a carico dei cittadini, soprattutto in ambito civile. L'ultimo rincaro in tal senso è avvenuto con la manovra di fine 2011 che, a quanto pare, ha introdotto un maggior onere per chi ricorre alla Giustizia senza che ciò comporti un miglioramento del servizio. Le prime reazioni dei Comuni di fronte al progetto dell'Esecutivo sono state, comprensibilmente, piuttosto polemiche. Di fatto, lo Stato tende ad allontanarsi dai cittadini, spogliandosi di funzioni, accentrando alcuni servizi e lasciando ai Comuni la facoltà di mantenere un certo livello di decentramento purché ne fronteggino i relativi costi. Quanto sta accadendo in ambito giudiziario sembra confermare ancora una volta la tendenza dello Stato italiano a contenere le spese per i servizi senza tuttavia, allo stesso tempo, ridurre le connesse pretese tributarie. I Comuni, invece, si ritrovano sostanzialmente spiazzati: da un lato vengono invitati ad offrire direttamente certi servizi e, dall'altro, risultano sottoposti a dei rigidi vincoli di bilancio. Sotto un profilo amministrativo e contabile, la situazione risulta oggettivamente incongruente, perché il tanto decantato decentramento si sta rivelando un mero espediente per lo Stato per fare cassa aumentando i tributi, riducendo i servizi e lasciando agli enti locali il delicato compito di tentare di fronteggiare, senza le opportune risorse, i naturali bisogni dei cittadini. In considerazione del quadro che si sta delineando, allora, è logico domandarsi se il presunto fine del rigore contabile possa giustificare un così evidente svilimento dei servizi, circostanza che può legittimamente condurre a riflettere perfino sul ruolo dello Stato in quell'ottica moderna secondo cui dovrebbe essere il referente finale in tema di risposta alle aspettative della collettività.

venerdì 6 gennaio 2012

La liberalizzazione della povertà



Con l'inizio del 2012, il Governo si accinge ad avviare la cosiddetta fase 2, ossia ad introdurre quella serie di provvedimenti che, secondo Mario Monti ed i suoi collaboratori, dovrebbero agevolare la crescita economica. Nonostante non siano ancora stati svelati i dettagli della fase 2, appare del tutto legittimo dubitare dell'efficacia delle misure che verranno presto approvate. L'uso della parola liberalizzazione, infatti, è frutto di un grosso equivoco, dato che un simile fenomeno dovrebbe riguardare settori in cui non esiste la concorrenza, oppure in cui i prodotti ed i servizi vengono resi da un ristretto numero di operatori. L'effetto delle liberalizzazioni, infatti, dovrebbe essere il ribasso dei prezzi per il pubblico e, soprattutto, l'aumento delle prospettive occupazionali. I provvedimenti annunciati dal Governo, invece, finiranno per indebolire ulteriormente gli operatori economici, senza che si generi un proporzionato vantaggio per nessuno. E' lecito domandarsi, per esempio, a chi possa giovare la liberalizzazione delle licenze dei taxi. E' da escludersi, infatti, che sussista una maggiore richiesta del servizio soffocata dalla limitazione del numero degli esercenti. In realtà, la liberalizzazione non comporterà altro che il depauperamento del giusto guadagno che ogni tassista potrebbe ottenere qualora, giunto all'età della pensione, si determinasse a cedere la licenza ad un nuovo operatore. Si dubita, inoltre, dell'utilità della liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali. In un momento di grave carenza di liquidità, infatti, un'eventuale apertura serale non provocherebbe un incremento delle vendite. Le liberalizzazioni, inoltre, pare che riguardino anche le tariffe professionali e le farmacie, ossia aspetti che, oggettivamente, non incidono in maniera così determinante da influire sull'andamento generale del sistema economico. A prescindere dal fatto che i provvedimenti in questione riguardano settori troppo specifici, è necessario osservare che le liberalizzazioni devono ritenersi inefficaci a fronte del notevole aumento della pressione fiscale derivante dalla manovra finanziaria recentemento approvata dal Governo. Se la capacità di spesa di ciascuno si è ridotta, infatti, non vi può essere liberalizzazione che possa agevolare la crescita dell'imprenditoria, l'aumento dei posti di lavoro e l'incremento dei consumi. Le liberalizzazioni, purché autentiche, possono giovare alla collettività soltanto se vengono accompagnate da scelte politiche volte alla defiscalizzazione. I provvedimenti di natura contrapposta voluti dall'attuale Governo e dalla maggioranza multicolore che lo sostiene, invece, non faranno altro che ridurre la capacità di spesa e scoraggiare uno sviluppo economico al quale il Paese, per forza di cose, ha dovuto rinunciare da tempo.