mercoledì 22 giugno 2016

Il valore storico del referendum britannico

In prossimità dell'importante consultazione referendaria alla quale sono chiamati i cittadini del Regno Unito, appare opportuno riflettere sulle possibili conseguenze di un'eventuale vittoria del fronte favorevole all'uscita dall'Unione Europea. Non penso, infatti, che un simile responso debba necessariamente essere letto in un'ottica di opposizione assoluta all'esperienza comunitaria. E' probabile che i contrari si determinino sulla base delle connotazioni che l'Unione Europea ha assunto negli ultimi tempi. E' vero che il Regno Unito scelse di non aderire all'unione monetaria, ma è altrettanto vero che i cosiddetti cittadini europei possono avere molte altre ragioni per essere insoddisfatti dell'assetto assunto dal progetto comunitario. Basterebbe fare riferimento alle lacune in termini di rappresentatività delle istituzioni europee ed alle politiche che spesso hanno scontentato i particolarismi locali, per trovare delle buone ragioni per essere contrari all'odierna Unione Europea. A ciò si aggiunga che a circa sessant'anni dall'avvio dei primi progetti comunitari, non può ritenersi sussistente un senso di appartenenza a questa cosiddetta Casa comune, da parte dei popoli che vi hanno aderito nel corso del tempo. I britannici hanno certamente dei motivi in meno per essere scontenti dell'Unione Europea, non avendo aderito ad alcune politiche della medesima, ma ciò non toglie che il referendum sia un evento storico, perché un popolo verrà chiamato a pronunciarsi sull'appartenenza ad un progetto che fatica a divenire ciò che molti hanno sognato. Nel caso in cui vincano i detrattori dell'Unione Europea, infatti, si possono aprire differenti scenari, dai quali non potranno che derivare effetti positivi per gli altri Paesi comunitari. Il recesso britannico, infatti, potrebbe divenire un esempio per altri popoli delusi da Bruxelles che, pertanto, potrebbero seguirne l'esempio. Ciò comporterebbe una grave crisi dell'Unione Europea che, pertanto, rischierebbe di sciogliersi o, in alternativa, di essere seriamente riformata. In tal modo, si potrebbe tentare di salvaguardare i successi ottenuti in sessant'anni di politiche comunitarie, eliminando gli aspetti sgraditi. Perché ciò possa avvenire, però, sarebbe necessario che venissero definitivamente accantonati i campanilismi che, da sempre, hanno caratterizzato il modo in cui i governi nazionali si sono relazionati tra loro in sede comunitaria. Nessuno dovrebbe considerare l'Europa come il proprio cortile di casa e le politiche comunitarie dovrebbero avere un respiro più ampio ed attento a realtà oggettivamente diverse tra loro. L'€uro, inoltre, dovrebbe venire impiegato per sostenere le politiche pubbliche, in modo analogo a quanto avveniva durante l'esperienza storica dei singoli Stati nazionali. L'Unione Europea, infine, dovrebbe dotarsi di un governo vero e proprio, maggiormente rappresentativo ed operativo sul piano gestionale, senza tuttavia sottrarre le competenze da riconoscere agli enti locali di vario livello. L'esperienza comunitaria, quindi, si trova ad un bivio, dovendo scegliere se evolversi o proseguire verso un percorso sgradito ai più, che potrebbe condurla verso la sua dissoluzione, da ritenersi comunque preferibile alla situazione attuale.

domenica 19 giugno 2016

L'ideologia post-ideologica

E' innegabile che il XXI° secolo si iniziato con il tramonto delle ideologie, ossia i riferimenti che hanno caratterizzato, sotto vari profili, il corso politico del Novecento. C'è da chiedersi, però, se tale affermazione corrisponde al vero oppure se, in realtà, non si tratta che di una mistificazione attuata in nome di un totalitarismo culturale ripulito nelle apparenze, ma intransigente nei contenuti. Lo scenario politico italiano ed europeo, infatti, risulta oggi scarsamente caratterizzato sotto il profilo ideologico e le differenze tra partiti sono ormai ridotte a vaghi riferimenti storici o all'abilità comunicativa dei rispettivi uomini di punta. L'impoverimento ideologico è specchio di una cultura politica che rifiuta le posizioni forti e che confonde il moderatismo con la vaghezza dei contenuti, facendo leva sull'equivoco. Tale strategia, in realtà, è un prodotto del pensiero unico che ha assunto la guida del pianeta dopo la fine della Guerra Fredda. Quando si afferma che destra e sinistra sono categorie politiche del passato, si deve riconoscere che, seppur in parte, ciò corrisponde ad una certa visione della verità. Però, a riguardo, è bene precisare quale sia l'esatto significato di ciò che vuol far credere il pensiero unico. Tali categorie, infatti, devono ritenersi superate in base alle connotazioni che hanno assunto in Occidente, laddove si sono affermati modelli politici bipartitici o bipolari. E' evidente che in simili contesti, compreso quello italiano, le forze politiche dominanti si siano spogliate dei riferimenti ideologici e simbolici, dai quali è derivato anche un appiattimento sul piano programmatico. In proposito, è sufficiente esaminare il corso politico nostrano degli ultimi vent'anni per rilevare la totale assenza di posizioni chiare sul piano delle idee ed una sostanziale affinità dal punto di vista operativo. Il superamento del dualismo tra destra e sinistra, quindi, è un dogma al quale il pensiero unico tende a voler abituare le masse, convincendole dell'inopportunità e del carattere antistorico di certe posizioni. Accanto a tale forma di propaganda sottile, si è affermato il principio del cosiddetto voto utile, ossia della necessità di concentrare le scelte elettorali verso partiti che, secondo un dato probabilistico, possono avere buone opportunità di ottenere un peso politico sufficiente per agire concretamente in ambito istituzionale. L'ideologia, però, non è un dogma. Non consiste in un fenomeno granitico ed incontestabile, tale da non poter essere adattato al mutare dei tempi. Si tratta, invece, di una ben precisa visione dell'uomo e della società, dalla quale discende un'analisi dei problemi e la conseguente elaborazione di una serie di soluzioni per risolverli. Pur non cambiando l'idea di uomo, il quale presenta proprie caratteristiche indipendentemente alle epoche e dai contesti, mutano le condizioni in cui le masse si ritrovano a fronteggiare le sfide per la sopravvivenza. Perciò, di fronte ad antichi problemi e a nuove sfide, l'ideologia non può che rappresentare un presupposto culturale, ossia un terreno fertile dal quale trarre le risorse programmatiche per fornire le soluzioni necessarie. Il pensiero unico, quindi, tende ad emarginare i presupposti culturali perché la politica sia capace di rispondere efficacemente ai problemi di oggi. Di fronte all'omologazione dei partiti ed alla sostanziale uniformità programmatica, quindi, è opportuno riflettere sul fatto che l'indirizzo comune del corso politico moderno possa a sua volta considerarsi un'ideologia che, contrariamente al passato, si è imposta a vari livelli, senza avere più rivali con cui confrontarsi. Questo modello sociale, basato su presupposti di fatto indiscutibili, che vorrebbe tutti omologati in base a categorie precostituite e senza possibilità di incidere proficuamente sul corso politico, propugnando la tendenza ad accentrare l'azione amministrativa a tutto vantaggio di un asserito e mai dimostrato efficientismo, promuovendo inoltre il progressivo allontanamento dei centri decisionali dai contesti operativi, può essere considerato come una precisa visione del mondo, che non valorizza le critiche e che ostacola l'affermazione di proposte differenti. La democrazia, però, è un'altra cosa.       

giovedì 9 giugno 2016

Un'iniziativa progressista dalla Svizzera

Che l'Italia abbia molto da imparare dal sistema politico elvetico, non è certo una novità. Non è la prima volta, infatti, che gli organi di informazione nostrani diffondono notizie riguardo a frequenti consultazioni referendarie nel Paese alpino. Senza entrare nel merito delle opportunità offerte dalla nostra Costituzione per ricorrere alla democrazia diretta, è utile compiere alcune riflessioni sull'argomento che lo scorso 5 giugno ha condotto gli svizzeri ai seggi, ossia il cosiddetto reddito di base incondizionato, meglio noto in Italia come reddito di cittadinanza. Secondo le intenzioni dei promotori del quesito referendario elvetico, infatti, tale istituto avrebbe garantito un trattamento economico minimo in favore di tutti, da parte dello Stato. Si rammenta che, in base alla proposta, il reddito di base assicurato mensilmente sarebbe stato di 2.500 franchi svizzeri, cioè un importo equivalente a circa €uro 2.500. L'aspetto più ardito del progetto, però, era rappresentato dal fatto che detta soglia minima sarebbe stata riconosciuta a chiunque, a prescindere dalla produzione di altri redditi, purché non al di sopra di tale importo mensile. Com'è noto, la proposta referendaria è stata rigettata. Allo stesso tempo, è oggettivo notare come un simile progetto possa difficilmente adattarsi ad un modello socio-economico di stampo capitalista. Ciò che desta interesse, invece, è il risveglio di una sensibilità pubblica verso le fasce più deboli della popolazione e, soprattutto, l'idea di tutelare in sede legislativa il noto principio di garanzia ai consociati di un'esistenza libera e dignitosa. Sul punto, è facile rammentare quanto previsto dall'art. 36 cost., che richiama proprio tale principio nel qualificare il diritto del lavoratore in materia retributiva. Esaminando nel dettaglio la nostra Carta costituzionale, inoltre, si trovano spunti utili perché il reddito di cittadinanza trovi spazio anche in Italia, seppur configurandolo in modo diverso rispetto all'iniziativa elvetica. In ogni caso, non appare più procrastinabile la seria trattazione un tema di tale rilievo sociale che, peraltro, ha già trovato buone concretizzazioni in altri Paesi. Partendo dalle basi giuridiche offerte anche dalla Costituzione, quindi, sarebbe quantomai opportuno che l'Italia non tardasse nell'introdurre al più presto un istituto che, oltre a fornire risposte concrete alle aspettative delle fasce più precarie della popolazione, consentirebbe di stimolare la domanda aggregata, provocando indirettamente degli effetti positivi nell'interesse collettivo.   

sabato 4 giugno 2016

Una lunga riflessione

Solitamente, a prescindere dai temi trattati, i blog vengono seguiti in proporzione alla frequenza delle pubblicazioni effettuate. Per quanto riguarda questo spazio, è evidente che l'abbia alquanto trascurato e che i pochi lettori dei miei miseri contributi abbiano fatto in tempo a dimenticarsene. Non è la prima volta che sospendo le mie pubblicazioni. Ciò spesso è accaduto in concomitanza con un periodo di riflessione sulla realtà circostante e su certe opinioni personali che, con il passare del tempo, tendevano a mutare. Gli ultimi tempi sono stati caratterizzati proprio da questo, ossia dal mio bisogno di meditare in solitudine, senza esternare eccessivamente quanto stavo riscontrando intorno a me, cercando risposte adeguate ai nuovi interrogativi che mi sono trovato di fronte. E' evidente che non esistono soluzioni univoche ai problemi del mondo ma, allo stesso tempo, è utile adoperarsi per pensare e, soprattutto, per sforzarsi di sviluppare un adeguato spirito critico, necessario per non subire ciò che la società impone qualora non si voglia o non si sappia affrontare le sfide di oggi. Il mio blog ha sempre avuto un'impostazione decisamente politica. Ciò non toglie che è mia intenzione pubblicare dei contributi che non siano aprioristicamente a favore o contro determinate posizioni. Nonostante l'Italia sia reduce da due decenni dannosi sotto il profilo politico, in cui si è cercato di convincere le masse dell'inopportunità di darsi una connotazione specifica, in nome di quel bipolarismo sterile che spesso ho criticato, la società odierna si ritrova di fronte ad importanti appuntamenti che rischiano di condizionarla e di mutarne radicalmente l'aspetto. Perciò, penso che si debba andare oltre la lotta tra nuovi guelfi e ghibellini, l'antipolitica, l'astensionismo e i contenitori elettorali. Sui temi importanti, infatti, servono risposte chiare e decise, basate su riflessioni attente e su solide fondamenta ideologiche. Soltanto in tal modo è possibile superare i fattori generazionali e l'evoluzione sociale senza ritrovarsi orfani sul piano delle idee e dei programmi. Oltre a difendere le ideologie, però, è necessario sviluppare un senso critico, ossia il presupposto per poter partecipare coscientemente alla gestione della cosa pubblica. Senza consapevolezza circa il proprio ruolo di cittadino, elettore, contribuente, lavoratore, studente o pensionato, infatti, l'individuo non è in grado di rapportarsi adeguatamente ai problemi e di compiere le proprie scelte. Mediante queste modeste pubblicazioni, quindi, intendo dare il mio piccolo contributo, osservando la realtà e magari aiutare me stesso e chi mi legge a riflettere sui principali temi d'attualità.  

domenica 30 marzo 2014

Il vero rischio per la rappresentanza

Di fronte all'imminente approvazione di un ddl governativo volto a modificare parte della Costituzione, sono sorte polemiche e perplessità circa gli effetti che ne dovrebbero derivare nell'ottica di uno snellimento dello Stato, con contestuale riduzione dei costi e miglioramento dell'efficienza. In particolare, relativamente alla proposta di riforma del Senato della Repubblica, si è auspicato che l'assemblea mantenga una componente elettiva oppure che tale organismo possa comunque svolgere dei compiti, seppur in modo diverso rispetto a quanto attualmente previsto. Accanto a tali osservazioni, sono state sollevate ulteriori perplessità, secondo cui le imminenti riforme potrebbero incidere fortemente sugli equilibri istituzionali del Paese. A mio avviso, il problema per la salvaguardia della rappresentanza democratica si pone sotto altri aspetti. Ciò che conta non sono il numero dei consessi elettivi o di coloro che ne fanno parte, bensì lo strumento per effetto del quale viene delegato l'esercizio della Sovranità. Perciò, tutti coloro che ritengono opportuna una maggiore partecipazione dei cittadini nella gestione della cosa pubblica, dovrebbero concentrare la propria attenzione sulle leggi elettorali e sull'effettivo rilievo assunto dalle segreterie di partito nella formazione delle liste. Il vero problema, quindi, non è dato dal passaggio al monocameralismo, bensì dalla mancata adozione di sistemi elettorali che consentano ai cittadini di essere effettivamente rappresentati in Parlamento. Di conseguenza, sarebbe più opportuno evitare l'introduzione di soglie di sbarramento lesive del diritto delle minoranze a vedersi rappresentate e premi vari che costringono i partiti ad allearsi pur di ottenere dei seggi e che offrono maggioranze virtuali volte a formare assemblee che non rispecchiano il Paese reale. In ragione di ciò, invece di criticare la riforma del Senato, l'opinione pubblica dovrebbe opporsi all'Italicum che, come il Porcellum, non consente un pieno esercizio della Sovranità da parte dei cittadini.