
L'avvento del Governo Monti, oltre alle perplessità alle quali si è dato spazio nelle pubblicazioni precedenti, pare comporti scelte che incideranno in maniera strutturale sul futuro dell'amministrazione della Giustizia. Pare, infatti, che l'annunciata revisione delle circoscrizioni giudiziarie condurrà all'accorpamento di numerosi uffici del giudice di pace riducendo, pertanto, la presenza fisica delle strutture operative sul territorio. In particolare, la riforma dovrebbe riguardare gli uffici situati nei paesi, le cui funzioni sarebbero devolute alle strutture situate nei capoluoghi di provincia. A prescindere da questa scelta che appare oggettivamente finalizzata ad un mero contenimento della spesa pubblica per il settore senza, tuttavia, provocare un sicuro miglioramento del servizio, non può che destare curiosità l'opzione, prevista dalla normativa di prossima approvazione, in virtù della quale i Comuni potranno decidere di evitare la soppressione degli uffici locali accollandosi la relativa spesa di conduzione e di gestione. Tale prospettiva non può che essere criticata sotto vari aspetti. Si assisterebbe, infatti, ad una nuova contrazione dei servizi spettanti allo Stato e che, pertanto, dovrebbero essere finanziati dai Comuni. Ciò, tuttavia, avverrebbe a fronte della consolidata riduzione dei trasferimenti di risorse statali in favore degli enti locali. Si tenga conto, inoltre, del fatto che negli ultimi due anni il Governo, con l'avallo del Parlamento, ha aumentato sensibilmente i costi della Giustizia a carico dei cittadini, soprattutto in ambito civile. L'ultimo rincaro in tal senso è avvenuto con la manovra di fine 2011 che, a quanto pare, ha introdotto un maggior onere per chi ricorre alla Giustizia senza che ciò comporti un miglioramento del servizio. Le prime reazioni dei Comuni di fronte al progetto dell'Esecutivo sono state, comprensibilmente, piuttosto polemiche. Di fatto, lo Stato tende ad allontanarsi dai cittadini, spogliandosi di funzioni, accentrando alcuni servizi e lasciando ai Comuni la facoltà di mantenere un certo livello di decentramento purché ne fronteggino i relativi costi. Quanto sta accadendo in ambito giudiziario sembra confermare ancora una volta la tendenza dello Stato italiano a contenere le spese per i servizi senza tuttavia, allo stesso tempo, ridurre le connesse pretese tributarie. I Comuni, invece, si ritrovano sostanzialmente spiazzati: da un lato vengono invitati ad offrire direttamente certi servizi e, dall'altro, risultano sottoposti a dei rigidi vincoli di bilancio. Sotto un profilo amministrativo e contabile, la situazione risulta oggettivamente incongruente, perché il tanto decantato decentramento si sta rivelando un mero espediente per lo Stato per fare cassa aumentando i tributi, riducendo i servizi e lasciando agli enti locali il delicato compito di tentare di fronteggiare, senza le opportune risorse, i naturali bisogni dei cittadini. In considerazione del quadro che si sta delineando, allora, è logico domandarsi se il presunto fine del rigore contabile possa giustificare un così evidente svilimento dei servizi, circostanza che può legittimamente condurre a riflettere perfino sul ruolo dello Stato in quell'ottica moderna secondo cui dovrebbe essere il referente finale in tema di risposta alle aspettative della collettività.










