sabato 29 aprile 2017

Il Socialismo, tra Destra e Sinistra

Quando si fa riferimento al Socialismo, spesso lo si colloca nell'alveo di ciò che più genericamente viene definito come Sinistra. Il mutamento del quadro politico, non soltanto in ambito nazionale, consente di evidenziare come tale associazione di concetti sia da considerarsi semplicistica o, addirittura, inesatta. Secondo la tradizione, la Sinistra raggrupperebbe le forze riformiste, distinguendosi dalla Destra che, sempre in modo semplicistico, dovrebbe rappresentare movimenti politici di stampo conservatore. La crisi dei partiti classici, tuttavia, dimostra come la contrapposizione tra Destra e Sinistra sia ormai un fenomeno che poco ha a che fare con il dato ideologico. Non è un caso, infatti, che quasi tutti i partiti tendano ad assegnarsi denominazioni del tutto generiche e, comunque, distanti da una chiara qualificazione basata su elementi di principio. Sulla base di tali premesse, oggigiorno è difficile che l'elettore individui uno o più partiti che possano realmente definirsi socialisti. Esaminando l'aspetto pratico, rappresentato dalle esperienze di governo delle diverse coalizioni che si sono succedute nel tempo sia in Italia che altrove, nel corso degli ultimi due decenni, appare evidente come il Socialismo non abbia trovato cittadinanza nei palazzi del potere, a tutto vantaggio di logiche impostate sulla base di una discutibile interpretazione del Liberismo, farcita delle peggiori caratteristiche del Capitalismo di Stato. Qualcuno, addirittura, è giunto a teorizzare una nuova dottrina socio-economica che, tuttavia, non è andata oltre alle dichiarazioni di principio: l'economia sociale di mercato. Tale concetto, peraltro non sufficientemente spiegato in concreto dai suoi ideatori, appare come un evidente ossimoro. La sensibilità nell'ambito delle politiche sociali, infatti, è inconciliabile con le fredde logiche del mercato. In Occidente, l'azione politica successiva ai primi anni Novanta, comunque, è risultata del tutto distante dal Socialismo e dalle prospettive che lo hanno sempre contraddistinto. E' bene ricordare, infatti, che il Socialismo è un'idea che intende concretizzare il sogno di una società più equa, mediante riforme coraggiose che consentano un effettivo miglioramento delle condizioni esistenziali della collettività. Si tratta di un modo particolare di concepire la realtà, attraverso un'idea che tiene conto dell'evoluzione delle esigenze, delle forme, delle sensibilità e dei contesti. Il Socialismo è un fenomeno trasversale rispetto alle classiche contrapposizioni politiche, in quanto portatore di idee, progetti, prospettive e valori che sono superiori al logorante confronto tra Destra e Sinistra. Ciò non significa, tuttavia, che i socialisti siano tutti uguali. La distinzione si basa sulle modalità interpretative attraverso le quali si intende agire per attuare il Socialismo in un determinato contesto storico. E' per tale ragione che un vero socialista non può qualificarsi di Destra o di Sinistra. Ciò che oggi un socialista può fare è saper raffinare il proprio spirito critico, cercando spazio in quei contesti politici in cui vi sia un presupposto culturale idoneo ad accogliere determinate proposte. Tale modo di agire, infatti, risulta il più adatto allo scopo di fornire un contributo pratico per il bene comune, qualora non sussistano i presupposti affinché i socialisti possano unirsi in un'unica formazione politica.

martedì 25 aprile 2017

Il dualismo ideologico

Negli ultimi tempi, il dibattito politico si è arricchito di un concetto, che vorrebbe racchiudere, peraltro in modo frettoloso e poco realistico, quell'insieme di posizioni apparentemente forti verso i problemi che caratterizzano la società occidentale contemporanea: il populismo. Tutto ciò che non viene considerato politicamente corretto, ormai trova una facile collocazione nell'ambito del populismo, inteso come una specie di spauracchio che si vorrebbe ritenere pericoloso per le conquiste civili e politiche ottenute dall'Occidente. Tuttavia, è facile notare come il concetto di populismo altro non sia che un contenitore di tesi e di posizioni assai diverse tra loro, come tali inidonee a rappresentare una visione chiara ed unitaria della realtà o, comunque, una proposta politica lineare. Secondo i detrattori di questa presunta ideologia, la schiera dei populisti comprenderebbe forze politiche caratterizzate dall'euroscetticismo, dalla paura nei confronti del diverso, dall'avversione verso fenomeni come la globalizzazione e l'unilateralismo statunitense o che, magari, hanno posizioni possibiliste verso la Russia putiniana. Senza trascurare il fatto che il populismo non può essere considerato come un'ideologia politica, bensì come un mero fenomeno derivante dalla reazione a scelte politiche altrui, ciò che più deve preoccupare è invece l'assenza di valide alternative a ciò che i cosiddetti populisti criticano e contro cui raccolgono consenso elettorale. Si tratta, infatti, di forze politiche tendenzialmente caratterizzate da una chiara adesione al modello capitalista, alla religione del libero mercato, al laicismo cieco e privo di una vera sensibilità pluralista, allo scarso interesse verso programmi di perequazione sociale ed iniziative volte a tutelare le tradizioni ed i particolarismi locali. In sintesi, per gli elettori appare difficoltoso poter esprimere veramente quel pluralismo ideologico che ha contraddistinto il corso politico del passato. Si è creato, quindi, un controproducente dualismo ideologico, basato su dogmi e contrapposizioni che spesso difettano di spirito critico e di quelle sfumature necessarie ad interpretare al meglio le aspettative dei cittadini. Di conseguenza, il dibattito politico rischia di risultare ridotto ai minimi termini, basandosi su una semplicistica contrapposizione tra una precisa visione della società e fenomeni che possono qualificarsi come espressione del cosiddetto voto di protesta. La democrazia, invece, è una conseguenza del compromesso e, soprattutto, del pluralismo, in cui ogni realtà ed ogni sensibilità devono avere la possibilità di offrire il proprio contributo per il bene comune. Perché ciò avvenga, però, è necessario che sussista un sufficiente presupposto culturale, basato su una chiara caratterizzazione ideologica e programmatica, ossia l'esatto contrario del modello politico inaugurato in Europa a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Per contrastare il populismo, quindi, non si deve sostenere l'antipopulismo, bensì recuperare il coraggio di fornire risposte chiare a problemi concreti, in nome di quel principio di rappresentanza che legittima l'azione della classe politica.

sabato 4 marzo 2017

Il capitalismo è un'ideologia

Le classi politiche del XXI° secolo si propongono all'elettorato vantandosi di poter formulare proposte di governo prive di connotazione ideologica. Ciò viene presentato come un pregio quando, in realtà, è uno dei peggiori difetti che possa caratterizzare la politica. Spesso, il rifiuto di una precisa identificazione ideologica viene considerato un mezzo per garantire il pluralismo all'interno di un partito, magari prospettando l'astratta elaborazione di un programma politico di ampio respiro. In realtà, tale impostazione appare contraddittoria e scarsamente proficua. Più che all'interno di un singolo partito, infatti, il pluralismo dovrebbe caratterizzare la comunità umana in cui operano simili organizzazioni sociali. E' naturale che le persone abbiano diverse idee ed è per questo che la democrazia si caratterizza per un elevato numero di forze politiche che intendono concorrere alla gestione della cosa pubblica. Ogni singolo partito, quindi, dovrebbe godere di una chiara impostazione ideologica, dalla quale deriverebbe l'elaborazione di un preciso programma politico. La vaghezza di oggi contribuisce a rendere spaesati gli elettori che, nel momento in cui esercitano la sovranità, faticano ad individuare forze politiche in cui potersi chiaramente identificare. Ideologia e programma, infatti, sono elementi strettamente connessi. Sono le idee che configurano i progetti e le modalità attraverso le quali attuarli. La crisi delle ideologie, seppur in forma implicita, è il sintomo del trionfo di un'unica visione del mondo, ossia quella capitalista. A parte alcuni partiti, che non a caso vengono frettolosamente qualificati come estremisti o addirittura anacronistici, nessuna forza politica dotata di ampio consenso offre un patrimonio ideologico o programmatico che possa quantomeno rappresentare una forma di critica verso il sistema capitalista. L'Unione Europea, la cui impostazione operativa appare tutt'altro che distante dal pensiero capitalista, rappresenta un ulteriore esempio del fatto che il XXI° secolo si stia caratterizzando per la presenza di un pensiero unico, ormai ritenuto il migliore possibile. Oggigiorno è difficile poter separare il concetto di europeismo da quello di capitalismo, così come da quello di atlantismo e di occidentalismo. La globalizzazione, che venne salutata come un fenomeno utile per rendere il mondo più armonioso, si è a propria volta dimostrata uno strumento per l'affermazione o il consolidamento di un certo modo di pensare, oltre i confini del cosiddetto Occidente. La pluralità di sigle politiche, quindi, si rivela pressoché inutile se non è accompagnata da un'effettiva diversità di proposte di governo, che apparirebbero strettamente correlate a modi differenti di concepire la società e, in buona sostanza, l'essere umano. I concetti di destra, centro e sinistra, quantomeno nel cosiddetto mondo globalizzato, sono ormai privi di contenuto effettivo. Le differenze, infatti, si riducono a posizioni su questioni che non incidono sostanzialmente sull'andamento della società, tale da comportarne una caratterizzazione diversa da quanto prospettato dal modello liberal-capitalista. Il vero problema del mondo contemporaneo, tuttavia, è rappresentato dalla sottovalutazione dell'effettivo significato del capitalismo. Per molti, non si tratta nemmeno di una vera ideologia, bensì dell'unico modo di gestire i rapporti sociali ed economici all'interno della comunità umana, così come nelle relazioni internazionali. Il primo passo verso un cambiamento, invece, sarebbe rappresentato dal recupero della consapevolezza, sorta nell'Ottocento e rafforzatasi nel Novecento, della possibilità di concepire un'altra visione del mondo, alternativa al capitalismo. La politica deve prendere le distanze da certe categorie economiche e sociali, che non consentono di dubitare del modello liberal-capitalista, ormai accettato anche dalle aree che una volta lo avversavano. Il cosiddetto Occidente deve trovare risposte nuove per i problemi del XXI° secolo, magari attingendo da quel patrimonio culturale che ha saputo esprimere in precedenza. Ciò non significa che si debba tornare ad una concezione della politica del passato, ma recuperarne le idee e rivitalizzarne le sensibilità. Si deve avere il coraggio di riconoscere la profonda iniquità del modello capitalista, evidenziando tutte le storture che ha provocato dopo che gli Stati europei hanno accantonato l'economia mista, in nome della concorrenza e dell'asserita efficienza del libero mercato. Bisogna attribuire un carattere storico, ritenendone superata ed errata l'impostazione, ai dogmi degli anni Novanta del XX° secolo, quando si guardava con sfavore all'intervento dello Stato nell'economia, a tutto vantaggio del capitale privato. Si deve difendere con convinzione il carattere pubblico di certi servizi fondamentali, che qualcuno vorrebbe mettere in discussione per agevolare la proposta privata. Si deve avere, infine, il coraggio di sostenere una concezione del mondo diversa, che riporti l'uomo al centro del funzionamento della macchina pubblica, ricordando il ruolo che lo Stato deve svolgere perché possa a ragione definirsi con l'aggettivo sociale. Si deve radicare la convinzione per cui il capitalismo è un'idea come le altre e che, quindi, può essere più o meno condivisibile. Di conseguenza, la politica deve tornare a poter fornire alternative ideologiche e programmatiche, che sappiano sviluppare una seria critica al pensiero unico attuale, riscoprendo la certezza che si possa impostare diversamente lo sviluppo sociale ed economico.   

domenica 12 febbraio 2017

Il Socialismo non è nostalgico

Oggi, in pochi si definiscono socialisti. Di quei pochi, una parte lo fa a fini elettorali, magari sperando di ottenere maggiore spazio, nonostante l'evidente contraddittorietà che generalmente emerge sul piano concreto. Ciò accade perché il Socialismo non è una mero simbolo, ma una precisa concezione della realtà e del percorso di progresso da intraprendere. Tra coloro che si qualificano come socialisti in modo coerente, invece, si prospetta il rischio nostalgico, per cui non si tenta altro che di rinverdire fenomeni del passato, senza fornire risposte ai problemi di oggi. Di certo, il Socialismo gode di una propria storicità. Negare il passato, quindi, sarebbe ingiusto ed inopportuno. Allo stesso modo, i socialisti devono essere orgogliosi dei propri simboli, così come delle grandi conquiste che hanno ottenuto, negli ultimi due secoli, a favore della collettività. Senza il Socialismo, infatti, la lezione rivoluzionaria francese non avrebbe potuto sperare di trovare un pieno riscontro in termini socio-economici. La storia, oltre che un motivo d'orgoglio, rappresenta un'eredità con la quale confrontarsi. Il riferimento è all'esperienza del cosiddetto Socialismo reale ed ai contributi dati dai partiti marxisti per lo sviluppo ed il progresso dei Paesi occidentali, così come di molte altre realtà politiche umane. Il passato, però, non è da considerare come un ostacolo per proporre una visione del futuro. Semmai, è un'esperienza tramite la quale sviluppare una coscienza critica, utile per dare risposte ai problemi di oggi, in vista di un futuro diverso. Quindi, senza rinnegare ciò che il Socialismo ha rappresentato a partire dalle opere di Karl Marx in poi, si deve avere il coraggio di attuarne i principi in relazione al mondo contemporaneo. L'Europa, in cui il Socialismo è nato ed in cui ha saputo dare molti apprezzabili frutti, deve saper raccogliere ciò che altrove questa idea ha ancora da proporre. Non si deve temere di parlare di un Socialismo del XXI° secolo, così come avviene invece in America Centrale e Meridionale, dove i popoli hanno saputo generare nuove proposte politiche, partendo dalle basi sorte nel Vecchio Continente. La globalizzazione, affermatasi come conseguenza del capitalismo, potrebbe a propria volta diventare uno strumento per consentire un più efficace spostamento di idee e di progetti, di cui ciascun popolo potrebbe beneficiare. Si deve avere il coraggio di andare oltre certi dogmi, qualificati come politicamente corretti in chiave globalista e comunque capitalista, per contestarli in quanto non condivisibili. Il Socialismo deve tornare a proporre una diversa visione della comunità umana, come avveniva in passato. Ciò non toglie che si debba attualizzarne i programmi, dando risposte chiare e precise di fronte a problemi concreti, di natura sociale ed economica. Il Socialismo non è nato per aggiustare la realtà, bensì per migliorarla.

domenica 5 febbraio 2017

Il buon Cittadino

La democrazia è un concetto che si presta a varie interpretazioni, soprattutto in termini pratici. L'elemento di base attraverso il quale è possibile valutare l'effettivo livello di sviluppo democratico di un sistema politico è dato dal delicato rapporto tra eletti ed elettori. La recente pronuncia di incostituzionalità del cosiddetto Italicum, quindi, deve indurre a riflettere sulla sensibilità che l'attuale classe politica italiana ha dimostrato nel disciplinare in senso pratico quel rapporto che, di fatto, consente ai cittadini di esercitare la sovranità, riconosciuta loro dall'art. 1 della nostra Carta fondamentale. Al di là delle valutazioni sulla qualità dell'azione legislativa, la vicenda dell'Italicum dimostra come il principio di rappresentanza sia troppo importante perché possa subire cambiamenti, a volte anche radicali, sulla base dei programmi di una o più forze politiche. Non è un caso, infatti, che in Italia si siano succedute quattro leggi elettorali in poco più di vent'anni, in merito alle quali i cittadini non hanno avuto modo di esprimersi. Siccome la sovranità appartiene al popolo, è inopportuno che i partiti possano modificare agevolmente le regole attraverso le quali indirizzare il corso politico-istituzionale del Paese. Chiaramente, anche la normativa elettorale può risentire del trascorrere del tempo e, sopratutto, può rivelarsi inadeguata a rappresentare l'effettivo quadro politico del Paese. Pur dovendo escluderne un carattere immutabile, sarebbe opportuno che la normativa elettorale godesse di una particolare considerazione da parte dell'ordinamento giuridico, magari riconoscendole un rango costituzionale, evitando che possa risultare condizionata in base al corso politico del momento. Ciò ne renderebbe più difficile un'eventuale modificazione, che richiederebbe un vasto consenso tra le forze politiche, al di là delle maggioranze di governo. Il cosiddetto Mattarellum, ad esempio, era stato elaborato per disciplinare un sistema sostanzialmente bipartitico o bipolare, così come sembrava che si fosse delineato nei fatti il nostro quadro politico alla fine di quella che gli operatori mediatici chiamato Prima Repubblica. Nel lasso temporale in cui è stata in vigore tale normativa, tuttavia, il Paese si è rivelato tutt'altro che stabile e le maggioranze politiche sono sempre cambiate in Parlamento, quale conseguenza del mutamento degli equilibri nei rapporti tra i partiti. Oggi l'Italia non è certamente un Paese bipolare. I sostenitori di una svolta anglosassone del sistema politico sono ormai una minoranza che si esprime sulla base di sogni più che di dati concreti. L'Italia, in realtà, era ed è un Paese politicamente frammentato, in cui vari partiti hanno goduto di ampia fiducia nel corso della storia repubblicana. I rapporti di forza sono cambianti del corso del tempo e, ad oggi, nessun partito può ritenere di poter fare riferimento sempre e comunque su basi di consenso certe. La frammentazione politica necessita di un sistema elettorale proporzionale, in cui anche i partiti minori debbano avere la possibilità di ottenere una rappresentanza parlamentare, sulla base del sostegno elettorale ricevuto. Accanto ai sostenitori del modello bipolare, è opportuno che diventi una minoranza anche il cartello dei profeti del cosiddetto voto utile, ossia coloro che preferiscono appoggiare un partito, pur non condividendo buona parte del relativo programma, pur di dare stabilità al Paese. Più che del voto utile, l'Italia ha bisogno del buon Cittadino. Con tale concetto, deve intendersi un individuo attento e vigile di fronte al corso politico, che sappia fare scelte elettorali coraggiose, senza ripieghi. Il buon Cittadino è colui che esamina i programmi politici e valuta la credibilità dei candidati, scegliendo di scommettere sulla novità e sulla fattibilità delle proposte. Il buon Cittadino non si affeziona a partiti che lo hanno deluso sul piano operativo ed è pronto a veder agevolmente mutare gli equilibri nelle assemblee elettive, pur di consentire l'attuazione di certi programmi di governo. Il buon Cittadino, inoltre, è nemico del cosiddetto Partito dell'Astensione, perché è consapevole che non votare non incide realmente, in senso positivo, sull'operato della classe politica. Il buon Cittadino, infine, è in grado di fare scelte anche di carattere ideologico, senza lasciarsi convincere da chi, in nome del consenso, vorrebbe creare dei contenitori politici in cui, a livello teorico, vi sarebbe spazio per tutti. Un partito, infatti, può avere un programma chiaro soltanto se, a monte, è caratterizzato da un'ideologia definita. Senza idee e senza valori, infatti, non può esservi un programma preciso. Il buon Cittadino, quindi, deve divenire un interprete dei tempi, accantonando ciò che non è in grado di dare risposte per oggi e per domani e, nel contempo, dando fiducia alle nuove proposte, senza temere i cambiamenti. Per una migliore gestione della cosa pubblica, pertanto, è necessario che ognuno acquisisca la consapevolezza di essere parte di una comunità politica e di poterne realmente indirizzare l'andamento. In tal modo, la classe politica si dimostrerebbe più attenta a non deludere le aspettative dei cittadini, rammentando che le consultazioni elettorali rappresenterebbero un momento di valutazione dell'operato degli eletti. Il rinnovamento del modo di fare politica, quindi, non può che passare attraverso un ripensamento del ruolo pubblico dei cittadini, i quali non devono ritenersi dei comprimari, bensì dei protagonisti in grado di cambiare ed indirizzare il funzionamento della cosa pubblica, quali titolari della sovranità.