domenica 15 gennaio 2017

Dove va il Socialismo?

E' arrivato anche il 2017. Quest'anno ricorrerà il centenario della Rivoluzione d'Ottobre e dell'inizio dell'esperienza politica dell'Unione Sovietica che, tuttavia, non vide l'inizio dell'attuale secolo. Pur non dovendo attendere anniversari come questo, è comunque opportuno chiedersi come spendere efficacemente l'eredità del Socialismo reale, nell'ottica dell'affermazione di un mondo più giusto. I nemici del Socialismo predicano da tempo che il sogno di una società libera dai conflitti sociali non sia realizzabile ad hanno trovato terreno fertile presso l'opinione pubblica mondiale affinché un diverso modello di società si affermasse con prepotenza, creando falsi miti e mandando in soffitta idee che sono state artatamente bollate come retrograde o inopportune. Ormai, il pensiero unico dominante pone il mercato, la convenienza, l'efficientismo, la concorrenza e la redditività quali fattori basilari per determinare ogni scelta di ordine politico-sociale. L'economicamente apprezzabile ha preso il sopravvenuto sul socialmente giusto. Nonostante l'incessante propaganda che spinge le masse verso il consumismo e che esalta l'individuo ai danni del concetto di coscienza collettiva, c'è da chiedersi se, sotto un profilo razionale, certi principi debbano veramente ritenersi superati. Senza addentrarsi in ragionamenti astratti, è opportuno valutare se le condizioni socio-economiche dell'uomo medio della seconda metà del Novecento fossero o meno migliori di oggi e se le prospettive future dei giovani e delle classi meno abbienti siano rosee e conformi all'idea di progresso che dovrebbe caratterizzare lo sviluppo della società. Per capire se il Socialismo è ancora attuale, bisogna rispondere ad una semplice domanda, ossia se la giustizia sociale sia un valore che dovrebbe caratterizzare tuttora la comunità umana. Per giustizia sociale deve intendersi quell'insieme di condizioni che consentono di salvaguardare diritti fondamentali come casa, lavoro, assicurazioni contro vecchiaia  e malattia, educazione, tranquillità familiare e possibilità di costruire un futuro. Se la risposta è affermativa e si è consapevoli dell'attuale andamento del corso politico europeo, è chiaro come il Socialismo non possa essere ritenuto un fenomeno del passato e che, invece, possa offrire risposte concrete ed utili per soddisfare le aspettative della società odierna. Analizzando l'assetto politico attuale, tuttavia, si rilevare come pochi partiti si qualifichino come socialisti e che sono ancora meno quelli che, pur rivendicando tale origine, propongono ed attuano programmi volti a dare alla realtà una connotazione socialmente equa. Il pragmatismo è certamente un fattore determinante perché si possa governare bene ma, al tempo stesso, la politica deve saper osare, andando oltre le convenienze per dare forma ai sogni. Il Socialismo è nato in un mondo oppresso dalla ingiustizie e caratterizzato da forti disparità tra individui. Negli ultimi due secoli, la società è certamente progredita, ma le conquiste ottenute non devono rappresentare un pretesto per cessare di essere vigili. Il Socialismo deve continuare la propria opera innovatrice per difendere i diritti già conquistati e, soprattutto, per ottenerne altri, senza trascurare il rischio di regresso sociale ed economico. La grande sfida del futuro, quindi, deve partire dall'affermazione di un partito che sappia raccogliere le idee, le esperienze, i frutti, i programmi e le prospettive del Socialismo, partendo anche dai simboli. Il mondo contemporaneo ha ancora bisogno di tutto ciò, affinché il futuro possa essere caratterizzato da giustizia e progresso, per evitare di tornare indietro, pur nella convinzione di andare avanti.

domenica 18 dicembre 2016

Per la più bella del mondo

A seguito dell'esito negativo del referendum dello scorso 4 dicembre, delle dimissioni di Renzi e dell'insediamento di Gentiloni, considerato che manca poco più di un anno alla scadenza naturale della legislatura, è alquanto improbabile che la politica nostrana torni presto ad occuparsi del tema delle riforme costituzionali. Dovendosi ritenere tramontato il progetto Renzi-Boschi, penso che si possa iniziare ad esaminarlo anche con la lente dello storico, in confronto a quanto in precedenza è stato proposto per modificare la Costituzione repubblicana del 1948. La riforma costituzionale del 2001, sottoposta a referendum confermativo con esito favorevole, ha modificato il Titolo V°, ampliando le funzioni ed i poteri degli Enti locali. E' stata una risposta, seppur limitata, alle esigenze di autonomia e di decentramento che i cittadini avevano manifestato nel corso del tempo, per superare la concezione centralista dello Stato, affermatasi con l'Unità d'Italia. Tale riforma, tuttavia, non ha modificato i rapporti tra i principali organi istituzionali dello Stato, ossia il Parlamento, il Governo ed il Presidente della Repubblica. Contrariamente a quanto sostenuto dai promotori, anche il progetto Renzi-Boschi non avrebbe intaccato sostanzialmente i rapporti tra i suddetti organi. In particolare, non sarebbe venuto meno il rapporto fiduciario tra il Governo ed il Parlamento, non sarebbe cambiata la modalità di formazione dell'Esecutivo e, relativamente al Presidente della Repubblica, non sarebbero mutati i relativi poteri, mantenendo peraltro l'elezione indiretta. In pratica, non sarebbe mutata la forma di governo, rimanendo una repubblica parlamentare in cui, peraltro, i cittadini non avrebbero più partecipato alla designazione dei membri del Senato. Ritengo, invece, che il progetto di riforma costituzionale proposto in precedenza dal centro-destra fosse certamente più utile per garantire quella stabilità di governo promessa dal testo voluto da Renzi. Il progetto del 2006, infatti, avrebbe mutato gli equilibri tra i poteri dello Stato, a favore del cosiddetto Primo Ministro, responsabilizzando il Parlamento di fronte all'esito delle elezioni politiche. In particolare, il testo del 2006 avrebbe impedito il trasformismo in corso di legislatura, evitando la formazione di maggioranze politiche diverse da quanto sarebbe risultato dalle urne. I cittadini avrebbero saputo chi sarebbe potuto divenire Primo Ministro già in campagna elettorale, perché il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto affidare il compito di formare il Governo al capo della coalizione che avesse vinto le elezioni politiche. La riforma, quindi, avrebbe escluso la discrezionalità di cui all'art. 92 cost., circa la nomina del Capo del Governo da parte del Presidente della Repubblica. In tal caso, quindi, il Governo sarebbe stato veramente eletto dal popolo, a differenza di quanto avviene oggi, nonostante la diversa convinzione della maggioranza dell'opinione pubblica italiana. Al di là delle considerazioni sui notevoli poteri di cui avrebbe goduto il Governo e sul bicameralismo imperfetto che sarebbe derivato dall'entrata in vigore della riforma, la Camera avrebbe dovuto assumersi la responsabilità diretta circa la sfiducia verso un Primo Ministro designato direttamente dai cittadini. La riforma, infatti, avrebbe introdotto la cosiddetta sfiducia costruttiva, che prevedeva la possibilità per la Camera di revocare la fiducia al Primo Ministro, con conseguenti dimissioni del Governo e con obbligo di indicare un nuovo Capo dell'Esecutivo entro un termine, con il sostegno della stessa maggioranza derivante dalle elezioni politiche. In caso contrario, la Camera sarebbe stata sciolta, con conseguenti nuove consultazioni popolari. Sarebbe stato necessario indire elezioni anticipate, inoltre, qualora una mozione di sfiducia verso il Primo Ministro fosse stata respinta grazie al voto di deputati appartenenti all'opposizione. In tal caso, infatti, lo scioglimento della Camera sarebbe stata la conseguenza dell'affermazione di una diversa maggioranza politica. La riforma del centro-destra, quindi, avrebbe impedito mutamenti di maggioranze nel corso della legislatura e, di fatto, avrebbe introdotto un vincolo di mandato tra i deputati ed il Primo Ministro. Ovviamente, il progetto di riforma del 2006 non era perfetto e, non a caso al relativo referendum votai in senso contrario. Tuttavia, gli riconosco il coraggio di aver proposto un effettivo cambiamento della forma di governo che consentisse di avere stabilità e, soprattutto, responsabilità dei deputati e dei partiti verso il Governo che avevano dichiarato di voler sostenere durante le campagne elettorali. La riforma Renzi-Boschi, invece, nulla prevedeva in tal senso, limitandosi a proporre il superamento del bicameralismo perfetto, senza che ciò comportasse un rapporto più diretto tra elettori, Camera e Governo. Il progetto del 2006, ovviamente, deve ritenersi valido soltanto se si pone come obiettivo un rafforzamento del Governo ed una responsabilizzazione della Camera verso il medesimo ed i cittadini che l'hanno votato. Il cosiddetto premierato che ne sarebbe derivato, infatti, avrebbe posto il Governo, e soprattutto il Primo Ministro, al centro dell'assetto istituzionale. Tale impostazione può non piacere e, non a caso, propendo per un'altra forma di governo, che guardi al modello d'Oltralpe. E' doveroso riconoscere, però, che il sistema repubblicano debba scegliere con chiarezza quale organo porre in posizione centrale rispetto agli altri. In Italia, tale organo è attualmente il Parlamento, caratterizzato dal bicameralismo perfetto. Decidere di porvi il Presidente della Repubblica, come previsto in Francia, o il Primo Ministro, come avviene in Paesi come Germania, Israele o alcune monarchie costituzionali europee, non mina di certo il carattere democratico del sistema politico. Il progetto Renzi-Boschi, invece, lasciava il Parlamento al centro del sistema, riducendo invece il ruolo dei cittadini che, com'è noto, non avrebbero più partecipato alla designazione dei membri del Senato e, nello stesso tempo, non avrebbero eletto né il Presidente della Repubblica, né il Capo del Governo. Secondo tale progetto, inoltre, i deputati non avrebbero avuto alcun vincolo di mandato e non vi sarebbero state garanzie volte ad evitare l'affermazione di equilibri parlamentari diversi da quanto indicato in campagna elettorale. Una nuova proposta di riforma, quindi, dovrà principalmente stabilire quale organo porre al centro del sistema, stabilendo altresì con chiarezza le modalità attraverso le quali i cittadini possano concorrere alla designazione delle persone che devono assumere le cariche dello Stato, con la più ampia partecipazione possibile in tal senso.  

venerdì 9 dicembre 2016

Politica e Costituzione

Il referendum costituzionale ha avuto il risultato noto a tutti e, quale conseguenza politica, il Governo Renzi si è dimesso. Ora l'Italia si ritrova di fronte ad una pluralità di soluzioni alla crisi di governo, per le quali sono in corso le consultazioni da parte del Presidente della Repubblica. In questi giorni, ho letto ed udito critiche verso la possibilità che non vengano indette elezioni anticipate, provenienti soprattutto da forze politiche d'opposizione e da alcuni operatori mediatici. Purtroppo, ancora una volta, sembra che la politica voglia trascurare quel testo costituzionale che parte della stessa ha difeso apertamente durante la campagna a sostegno del NO. Di fronte alla possibile formazione di un nuovo Governo, le opposizioni hanno lamentato il fatto che si tratterebbe di un altro esecutivo non eletto dai cittadini. Eppure, è noto che ai sensi dell'art. 94 I° co. della Costituzione, il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Perciò, tenendo conto delle norme costituzionali e della loro applicazione nel corso della storia repubblicana, è bene rammentare che nessun Governo italiano e nessun Presidente del Consiglio dei Ministri siano mai stati eletti dal popolo. La suddetta norma, inoltre, dev'essere considerata unitamente all'art. 88 I° co. della Costituzione, secondo cui il Presidente della Repubblica può sciogliere le Camere o anche solo una di esse. Ne consegue che una crisi di governo non debba, se non per esclusiva valutazione politica, comportare elezioni anticipate. Correttamente, quindi, ogni Presidente della Repubblica ha sempre dato corso alle consultazioni per verificare la sussistenza di una maggioranza parlamentare idonea a conferire la fiducia ad un nuovo Governo. Ai fini della formazione della maggioranza, inoltre, non è previsto che debba farsi riferimento all'esito delle elezioni politiche. Di conseguenza, chi invoca le urne quale conseguenza delle dimissioni di Renzi, si limita a formulare un auspicio basato su valutazioni politiche che esulano dalla prassi e dagli obblighi costituzionali. Per le medesime ragioni, nessuno dovrebbe meravigliarsi qualora l'incarico di formare un nuovo Esecutivo venisse conferito ad una personalità estranea ai partiti o ad un esponente di una forza politica secondaria. Non vi sarebbe alcunché da obiettare, inoltre, qualora si costituisse un cosiddetto Governo tecnico. L'unico requisito per formare un Esecutivo, infatti, rimane la possibilità di godere della fiducia del Parlamento, indipendentemente dalla composizione della maggioranza e dai nominativi dei membri del Consiglio dei Ministri. Si tratta di circostanze che caratterizzano una repubblica parlamentare, in cui le Camere rappresentano il centro del sistema politico. Tale forma costituzionale può non piacere ma, di certo, non poteva essere efficacemente sostituita dal progetto respinto di recente, in sede referendaria. E' possibile che il Parlamento elabori nuove proposte di riforma costituzionale ma, fino alla loro entrata in vigore, la procedura di gestione delle crisi di governo sarà sempre la medesima, così com'è accaduto dal 1948 in poi. Chi trascura la realtà costituzionale del Paese, senza peraltro proporre apprezzabili ipotesi di riforma, non fa altro che alimentare polemiche poco utili per il prossimo futuro. 

mercoledì 22 giugno 2016

Il valore storico del referendum britannico

In prossimità dell'importante consultazione referendaria alla quale sono chiamati i cittadini del Regno Unito, appare opportuno riflettere sulle possibili conseguenze di un'eventuale vittoria del fronte favorevole all'uscita dall'Unione Europea. Non penso, infatti, che un simile responso debba necessariamente essere letto in un'ottica di opposizione assoluta all'esperienza comunitaria. E' probabile che i contrari si determinino sulla base delle connotazioni che l'Unione Europea ha assunto negli ultimi tempi. E' vero che il Regno Unito scelse di non aderire all'unione monetaria, ma è altrettanto vero che i cosiddetti cittadini europei possono avere molte altre ragioni per essere insoddisfatti dell'assetto assunto dal progetto comunitario. Basterebbe fare riferimento alle lacune in termini di rappresentatività delle istituzioni europee ed alle politiche che spesso hanno scontentato i particolarismi locali, per trovare delle buone ragioni per essere contrari all'odierna Unione Europea. A ciò si aggiunga che a circa sessant'anni dall'avvio dei primi progetti comunitari, non può ritenersi sussistente un senso di appartenenza a questa cosiddetta Casa comune, da parte dei popoli che vi hanno aderito nel corso del tempo. I britannici hanno certamente dei motivi in meno per essere scontenti dell'Unione Europea, non avendo aderito ad alcune politiche della medesima, ma ciò non toglie che il referendum sia un evento storico, perché un popolo verrà chiamato a pronunciarsi sull'appartenenza ad un progetto che fatica a divenire ciò che molti hanno sognato. Nel caso in cui vincano i detrattori dell'Unione Europea, infatti, si possono aprire differenti scenari, dai quali non potranno che derivare effetti positivi per gli altri Paesi comunitari. Il recesso britannico, infatti, potrebbe divenire un esempio per altri popoli delusi da Bruxelles che, pertanto, potrebbero seguirne l'esempio. Ciò comporterebbe una grave crisi dell'Unione Europea che, pertanto, rischierebbe di sciogliersi o, in alternativa, di essere seriamente riformata. In tal modo, si potrebbe tentare di salvaguardare i successi ottenuti in sessant'anni di politiche comunitarie, eliminando gli aspetti sgraditi. Perché ciò possa avvenire, però, sarebbe necessario che venissero definitivamente accantonati i campanilismi che, da sempre, hanno caratterizzato il modo in cui i governi nazionali si sono relazionati tra loro in sede comunitaria. Nessuno dovrebbe considerare l'Europa come il proprio cortile di casa e le politiche comunitarie dovrebbero avere un respiro più ampio ed attento a realtà oggettivamente diverse tra loro. L'€uro, inoltre, dovrebbe venire impiegato per sostenere le politiche pubbliche, in modo analogo a quanto avveniva durante l'esperienza storica dei singoli Stati nazionali. L'Unione Europea, infine, dovrebbe dotarsi di un governo vero e proprio, maggiormente rappresentativo ed operativo sul piano gestionale, senza tuttavia sottrarre le competenze da riconoscere agli enti locali di vario livello. L'esperienza comunitaria, quindi, si trova ad un bivio, dovendo scegliere se evolversi o proseguire verso un percorso sgradito ai più, che potrebbe condurla verso la sua dissoluzione, da ritenersi comunque preferibile alla situazione attuale.

domenica 19 giugno 2016

L'ideologia post-ideologica

E' innegabile che il XXI° secolo si iniziato con il tramonto delle ideologie, ossia i riferimenti che hanno caratterizzato, sotto vari profili, il corso politico del Novecento. C'è da chiedersi, però, se tale affermazione corrisponde al vero oppure se, in realtà, non si tratta che di una mistificazione attuata in nome di un totalitarismo culturale ripulito nelle apparenze, ma intransigente nei contenuti. Lo scenario politico italiano ed europeo, infatti, risulta oggi scarsamente caratterizzato sotto il profilo ideologico e le differenze tra partiti sono ormai ridotte a vaghi riferimenti storici o all'abilità comunicativa dei rispettivi uomini di punta. L'impoverimento ideologico è specchio di una cultura politica che rifiuta le posizioni forti e che confonde il moderatismo con la vaghezza dei contenuti, facendo leva sull'equivoco. Tale strategia, in realtà, è un prodotto del pensiero unico che ha assunto la guida del pianeta dopo la fine della Guerra Fredda. Quando si afferma che destra e sinistra sono categorie politiche del passato, si deve riconoscere che, seppur in parte, ciò corrisponde ad una certa visione della verità. Però, a riguardo, è bene precisare quale sia l'esatto significato di ciò che vuol far credere il pensiero unico. Tali categorie, infatti, devono ritenersi superate in base alle connotazioni che hanno assunto in Occidente, laddove si sono affermati modelli politici bipartitici o bipolari. E' evidente che in simili contesti, compreso quello italiano, le forze politiche dominanti si siano spogliate dei riferimenti ideologici e simbolici, dai quali è derivato anche un appiattimento sul piano programmatico. In proposito, è sufficiente esaminare il corso politico nostrano degli ultimi vent'anni per rilevare la totale assenza di posizioni chiare sul piano delle idee ed una sostanziale affinità dal punto di vista operativo. Il superamento del dualismo tra destra e sinistra, quindi, è un dogma al quale il pensiero unico tende a voler abituare le masse, convincendole dell'inopportunità e del carattere antistorico di certe posizioni. Accanto a tale forma di propaganda sottile, si è affermato il principio del cosiddetto voto utile, ossia della necessità di concentrare le scelte elettorali verso partiti che, secondo un dato probabilistico, possono avere buone opportunità di ottenere un peso politico sufficiente per agire concretamente in ambito istituzionale. L'ideologia, però, non è un dogma. Non consiste in un fenomeno granitico ed incontestabile, tale da non poter essere adattato al mutare dei tempi. Si tratta, invece, di una ben precisa visione dell'uomo e della società, dalla quale discende un'analisi dei problemi e la conseguente elaborazione di una serie di soluzioni per risolverli. Pur non cambiando l'idea di uomo, il quale presenta proprie caratteristiche indipendentemente alle epoche e dai contesti, mutano le condizioni in cui le masse si ritrovano a fronteggiare le sfide per la sopravvivenza. Perciò, di fronte ad antichi problemi e a nuove sfide, l'ideologia non può che rappresentare un presupposto culturale, ossia un terreno fertile dal quale trarre le risorse programmatiche per fornire le soluzioni necessarie. Il pensiero unico, quindi, tende ad emarginare i presupposti culturali perché la politica sia capace di rispondere efficacemente ai problemi di oggi. Di fronte all'omologazione dei partiti ed alla sostanziale uniformità programmatica, quindi, è opportuno riflettere sul fatto che l'indirizzo comune del corso politico moderno possa a sua volta considerarsi un'ideologia che, contrariamente al passato, si è imposta a vari livelli, senza avere più rivali con cui confrontarsi. Questo modello sociale, basato su presupposti di fatto indiscutibili, che vorrebbe tutti omologati in base a categorie precostituite e senza possibilità di incidere proficuamente sul corso politico, propugnando la tendenza ad accentrare l'azione amministrativa a tutto vantaggio di un asserito e mai dimostrato efficientismo, promuovendo inoltre il progressivo allontanamento dei centri decisionali dai contesti operativi, può essere considerato come una precisa visione del mondo, che non valorizza le critiche e che ostacola l'affermazione di proposte differenti. La democrazia, però, è un'altra cosa.